Nella letteratura svizzera contemporanea, la natura diventa un simbolo universale di ricerca interiore, un paesaggio in cui il visibile e l’invisibile si incontrano e dialogano. Autori e autrici di cantoni e lingue diverse, e anche in periodi diversi, traggono spesso ispirazione dai luoghi e dalle vicende locali e popolari creando opere che, seppur differenti, sembrano seguire un filo rosso comune.
Rosagarda di Giorgio Orelli (Airolo, 1921 – Bellinzona, 2013) unisce il fascino del thriller con la bellezza dei paesaggi alpini svizzeri. L’autore racconta in tre storie ambientate nella località che dà il titolo al libro, in AltaVal Leventina nel Canton Ticino, la vita di una comunità che si trova a fare i conti con eventi misteriosi e inspiegabili. La natura diventa un personaggio a tutti gli effetti: le nebbie avvolgenti, i silenzi carichi di attesa e le ombre dei boschi amplificano il senso di suspense. Orelli era soprattutto un poeta e con il suo linguaggio figurato ci ricorda quanto la montagna possa essere, allo stesso tempo, rifugio e minaccia. In questo contesto, le relazioni umane si intrecciano con il paesaggio, e il confine tra reale e immaginario si fa labile sullo sfondo di una società che, pian piano sta cambiando.
Grit e le sue figlie: il ciclo della vita e la forza femminile
Nonostante le evidenti differenze stilistiche e narrative, Rosagarda, Grit e le sue figlie e Tamangur condividono un filo rosso che attraversa le loro pagine: la centralità della natura e il suo rapporto con l’essere umano. In Rosagarda, la natura è minacciosa e misteriosa, capace di mettere in discussione le certezze umane. In Grit e le sue figlie, diventa madre e maestra di vita, regolando il ciclo delle stagioni e delle emozioni. In Tamangur, è lo spazio onirico e atemporale in cui si manifestano le memorie e i simboli più profondi.